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ROMA, domenica, 15 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dottor Renzo Puccetti, specialista in Medicina Interna e segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.
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Carissimi,
nell’attuale confronto tra medici obiettori e stati relativisti totalitari che vogliono obbligare quelli a prescrivere o somministrare la pillola abortiva, vorrei porre un quesito che è a monte della questione. Non capisco per quale motivo questa pillola sia da considerarsi un farmaco.
Da cosa guarirebbe?
Inoltre tutto questo confronto mi sembra solo un pretesto per un atteggiamento anticristiano, infatti sussiste sempre questa urgenza che non consente alle interessate di procurarsela da un dottore non obiettore?
Grato per l’attenzione invio i più cordiali saluti.
Adriano Morelli
Risponde il dott. Renzo Puccetti
Pur nella brevità, la domanda del sig. Adriano apre ad interrogativi che non possono trovare esaustiva risposta in questo ambito. Proveremo comunque ad offrire almeno qualche elemento di riflessione.
Per prima cosa è bene sempre identificare l’oggetto della discussione. Il termine “pillola abortiva” può designare sia i farmaci usati per l’aborto farmacologico, sia la cosiddetta pillola del giorno dopo che vede, tra i possibili meccanismi d’azione anche un effetto di impedimento dell’impianto dell’embrione nella mucosa uterina (endometrio). Sebbene le maggiori associazioni di ginecologi e le agenzie internazionali della salute non definiscano questo meccanismo d’azione di tipo abortivo, dal momento che l’inizio della gravidanza viene da loro fatto risalire al momento dell’impianto dell’embrione, non c’è dubbio che questo effetto di tipo anti-nidatorio (che impedisce l’annidamento dell’embrione), realizza un’azione occisiva nei confronti dell’embrione, equivalente eticamente all’azione abortiva. Nel caso della cosiddetta pillola del giorno dopo mediante l’ormone progestinico di sintesi levonorgestrel (LNG), l’esistenza di un effetto post-fertilizzativo è in campo scientifico dibattuta, dal momento che non è disponibile un metodo per valutare la vitalità dell’embrione prima del suo impianto (il beta-HCG si positivizza dopo l’impianto) e si è quindi costretti a procedere mediante valutazioni indirette di vario tipo. Essendo però tale meccanismo d’azione una possibilità tutt’altro che remota, i medici che non desiderano porre in essere azioni anche solo potenzialmente lesive di un essere umano vivente, non prescrivono tale farmaco. Si tratta di una prassi riconosciuta come legittima sia dal Comitato Nazionale di Bioetica, sia dalla Federazione degli Ordini dei Medici.
La domanda del sig. Adriano va però più in profondità. Perché considerare un farmaco una pillola che non cura nulla? Inoltre, è proprio vero che ci sia tutta questa urgenza?
Vediamo di procedere a piccoli passi. Il termine farmaco deriva dal greco, lingua nella quale la parola ha un duplice significato, quello di medicamento e quello di veleno (il simbolo del medico, il cadduceo, è un bastone attorno al quale si avvolgono due serpenti che si affrontano). Si tratta di un’ambivalenza che origina sia dal fatto che molte sostanze usate per avvelenare possono svolgere in piccole dosi un’azione curativa, così come dall’evidenza che molte sostanze usate per curare possono trasformarsi in veleni letali se impiegate in dosi eccessive, o in modalità improprie. La distanza di una sostanza fra la dose terapeutica e la dose tossica viene definita “finestra terapeutica”. Quanto più essa è ampia, tanto maggiore è la sicurezza d’impiego della sostanza. La National Library offre diverse definizioni di farmaco, queste sono le principali:
1) Una sostanza usata come medicina, o nella preparazione di una medicina
2) Una sostanza riconosciuta in una farmacopea o formulario ufficiale
3) Una sostanza usata a fini diagnostici, terapeutici, o preventivi di una malattia
4) Una sostanza diversa dal cibo tesa a modificare la struttura o il funzionamento del corpo
Le sostanze contraccettive e abortive non possono essere incluse tra i “farmaci” sulla base di criteri includenti i concetti di malattia, o di medicina (termine quest’ultimo il cui significato si radica nel concetto di “sapienza nell’arte del guarire”), ma lo possono se vengono impiegate, tra quelle riportate, le definizioni puramente descrittive, come la numero 2 e la numero 4.
Le sostanze contraccettive e quelle abortive condividono uno stesso fine, impedire che un rapporto sessuale abbia quale possibile effetto la nascita di un bambino, o di una bambina.
Quello che cambia, è il momento in cui la sostanza agisce. Mentre il contraccettivo, come dice il termine stesso, impedisce il concepimento, ogni sostanza in grado di agire dopo il concepimento non dovrebbe fregiarsi di questo nome, ma piuttosto essere definito contra-gestativo (contro la gravidanza), se si punta l’attenzione sulla donna, o abortivo (Ab-òrior, non nato), se la sua azione è riferita al concepito. Non si tratta di una sottigliezza lessicale. È da poco stato pubblicato uno studio su oltre cinquecento donne della spagna zapateriana da cui emerge che la maggioranza di queste non assumerebbero un farmaco contraccettivo se ci fosse anche solo la possibilità che questo agisse dopo il concepimento. Si tratta di un tipico esempio che conferma il professor Pessina, quando dice che “le parole non sono innocenti”. Anche scartando la definizione di farmaco teleologica ed adottando quella puramente descrittiva, non si risolve però il problema, dal momento che dietro ad un farmaco etico (che può essere dispensato soltanto dietro esibizione di ricetta medica) c’è sempre un medico, il cui fine dovrebbe essere la cura del paziente.
Perché dunque i medici hanno cominciato ad usare sostanze rivolte contro un evento che non è una patologia? Ci limiteremo qui ad esaminare la questione dell’aborto, intervento che ha trovato due giustificazioni sostanziali come atto medico. Da un lato l’idea che se la donna che vuole abortire non trovasse un medico disposto ad esaudirla con un atto tecnicamente qualificato, ella cercherebbe di ottenere la stessa prestazione altrove, con la possibilità, così, di abortire per mano di una persona tecnicamente non idonea ed il rischio conseguente di gravi danni alla sua vita e alla sua salute. Si tratterebbe in sostanza di un tipico intervento di riduzione del danno. Dall’altro lato, soprattutto negli anni ‘70-’80, si erano accumulate una serie di evidenze che dimostravano un certo ruolo favorevole dell’aborto per la salute psichica della donna. I livelli di ansia dopo l’intervento risultavano inferiori a quelli registrati prima dell’aborto. Se ne dedusse che, almeno sotto il profilo della salute mentale della donna, l’aborto fosse in grado di apportare dei benefici. Oggi si sente con una certa frequenza ripetere che la mortalità associata al parto è circa dieci volte maggiore rispetto a quella dovuta alle complicanze dell’aborto. Il dato viene citato per esaltare la sicurezza dell’intervento, ma anche per enfatizzare il ruolo terapeutico dell’aborto, dimenticando di considerare che se tale livello di beneficialità fosse esteso a tutte le donne incinte, forse avremmo una riduzione del 90% della mortalità materna, ma in una generazione l’umanità si estinguerebbe.
Al di là di troppo facili ed amari umorismi, circa il ruolo terapeutico di qualsiasi forma di aborto è quanto mai opportuno effettuare alcune puntualizzazioni. Negli ultimi anni si sono succeduti una mole di studi che, mediante l’impiego di metodiche più raffinate, usando protocolli metodologicamente più corretti ed estendendo l’osservazione ad un arco temporale più lungo, hanno esaminato lo stato psicologico delle donne che hanno abortito. Il risultato è che numerosi indici di salute mentale risultano peggiori nelle donne con esperienza di aborto. È tanto vero che dopo 40 anni dalla legalizzazione dell’aborto in Inghilterra il Royal College of Psychiatrists ha redatto un documento in cui riconosce che le donne che intendono abortire debbano essere avvertite dei potenziali pericoli per la loro salute psicologica prima di essere sottoposte all’intervento. Ci sono voluti quarant’anni, ma la verità delle cose comincia a farsi strada anche all’interno di quella comunità scientifica troppo spesso succube di lobby ideologizzate.
Il tentativo di attribuire la maggiore incidenza di patologie psichiatriche alle condizioni pre-esistenti delle donne che abortiscono non modifica la questione. Come per ogni intervento terapeutico, l’onere della prova della sua efficacia è a carico dei propugnatori del suo impiego. Se dopo l’intervento di aborto la salute mentale di queste donne non è normalizzata diventa lecito interrogarsi sull’efficacia terapeutica dell’aborto, dal momento che nella quasi totalità dei casi esso è autorizzato proprio per tutelare la salute mentale delle donne. Si potrebbe obiettare che il rifiuto rappresenterebbe una condotta ancora peggiore, ma tale ipotesi non trova conferma nei dati medico-scientifici disponibili, che anzi, tendono ad escludere un significativo impatto negativo per la salute della donna derivante da un rifiuto alla sua richiesta di abortire.
Che poi l’aborto legale conduca ad una minore mortalità per le donne è, come al solito, assunto verosimile, ma non vero. Se da un lato infatti le donne che abortiscono legalmente in ambiente protetto incorrono in un minore rischio di morte a breve termine, dall’altro sappiamo ormai da più di dieci anni che la mortalità di queste stesse donne, misurata ad un anno di distanza dall’interruzione della gravidanza, è tre volte maggiore rispetto a quella di coloro che danno alla luce un figlio.
Dal momento che l’aborto non determina un miglioramento né delle condizioni psichiche, né della sopravvivenza delle donne, l’ultimo argomento ad essere utilizzato è quello secondo cui, pur non essendo la gravidanza, anche quella indesiderata, una patologia (l’Organizzazione Mondiale della Sanità, bontà sua, non include la gravidanza tra le patologie), essa è comunque in grado di turbare la salute delle donne. Si giunge così finalmente ad una delle teste dell’Hydra, quella estesa definizione di “salute” promulgata dall’OMS (cfr. http://www.silsismi.unimi.it/new/allegati/2369.pdf). Si tratta di una definizione che, pur adottata con la nobile intenzione di evitare che il medico si riduca ad uno iatro-meccanico e il paziente ad aggregato biologico identificato con la patologia di cui è portatore, ha prodotto nel tempo l’effetto perverso di trasformare tutto in patologia potenzialmente bisognosa di un intervento sanitario; ha creato cioè quella medicina dei desideri che rappresenta il cappio al collo di quanti oggi non vogliono vedere il rapporto medico-paziente svilito a mero contratto.
La definizione OMS di salute è oggi la pistola puntata alla tempia dei medici perché questi, intimiditi ed ammutoliti, eseguano ciò che avanguardie tanto minoritarie quanto determinate impongono loro attraverso un’oliatissima macchina di propaganda. I tentativi di mantenere la relazione medico-paziente entro binari di una condotta virtuosa orientata alla cura e al vero bene del paziente, sono infallibilmente tacciati di arroganza corporativistica.
Circa poi il carattere di urgenza riferito alla pillola del giorno dopo, mi limito a dire che se è vero che l’efficacia del farmaco sembra ridursi col passare del tempo dal rapporto sessuale, mi sembra innegabile che definire d’emergenza un farmaco la cui dispensazione nei pronto soccorso viene identificata come codice bianco (il più basso grado di priorità), sia un esercizio di alta fantasia linguistica.
Per approfondire:
R. Puccetti “L’uomo indesiderato - dalla pillola di Pincus alla RU 486″. Società Editrice Fiorentina, 2008. http://www.sefeditrice.it/asp/libro.asp?Lib=zio12
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