ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta a un lettore da parte di Angela Maria Cosentino, bioeticista, docente di Tutela della vita e della salute riproduttiva presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, nonché docente di Morale speciale al Mater Ecclesiae della Pontificia Università San Tommaso, e delegata della Confederazione Italiana Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità al Forum Nazionale delle Associazioni Familiari.

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Appena tornato da una lunga assenza di lavoro all’estero, mi sono letto anche gli ZENIT che nel frattempo arrivavano sul mio computer. E trovo quell’articolo su L’enciclica “Humanae vitae”, una profezia per oggi.

Che cosa abbia profetizzato, non riesco proprio a capirlo. Trovo belle frasi fiorite per stigmatizzare l’edonismo, per esaltare l’AMORE con tutte le lettere maiuscole, e tutte quelle cose che tutte le persone per bene sapevano già e non avevano certo bisogno di quell’enciclica che a suo tempo aveva sorpreso persino la commissione che il Papa aveva nominato e i singoli parroci, compreso il nostro. E non riparliamo delle disquisizioni del “secondo natura” o “contro natura”, della pillola, del termometro, di Ogino e altre deprimenti trovate di cui fin da allora si sentiva discutere.

Ma una risposta al vero problema delle singole famiglie, delle persone per bene, non degli habitué delle discoteche (che l’enciclica non sanno nemmeno che ci sia) … una risposta seria all’esplosione demografica del mondo, degli studi seri su una problematica così ampia e terribile, queste non si sono mai né viste né sentite.

E non stupisce, perché sono risposte difficilissime. Ma allora sarebbe meglio evitare di riparlarne. Vorrei aggiungere anche un piccolo commento, che sembra irriverente, ma è invece desolato, se non è esagerato il termine. Come si fa a definire “una decisione sofferta” quella che è stata invece una decisione improvvisa, e “…ribadire la continuità della dottrina e della tradizione della Chiesa”? Ma se solo una o due generazioni prima questo problema non era nemmeno avvisato!!! Sempre il solito trionfalismo di rito, ad maiorem Dei gloriam e, di conseguenza, a chi lo professa, dimenticandosi in che stato la Chiesa era, anche dopo la Controriforma.

So già che non mi risponderete, e se anche lo faceste, non certo per riconoscermi un minimo di ragione (dovreste toccare argomenti sempre accuratamente taciuti), non me la prendo e vi saluto con la cordialità di un buon cristiano verso altri buoni cristiani.

Enrico de Carli



A quarant’anni dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (25 luglio) e alla luce dei nuovi e gravi attentati incrociati contro la famiglia e la vita, che caratterizzano l’onda lunga del ’68, un bilancio e una verifica sembrano opportuni.

Il documento, purtroppo conosciuto, prevalentemente, come segno del “No alla contraccezione” ha fornito indicazioni forti, per un Sì all’amore e alla vita, in un momento storico turbolento, in cui l’iniziale questione demografica richiamava l’attenzione su un presunto allarmante boom di nascite (considerato pericoloso per lo sviluppo) da arrestare con contraccezione, aborto e sterilizzazione.

Eppure, nonostante alcuni forti dissensi, la ricchezza dottrinale e pastorale dell’enciclica si rivela anche oggi. L’Humanae vitae resta un segno di contraddizione, un’enciclica incompresa e inascoltata eppure profetica, considerando che ha intuito ciò che, solo successivamente, si sarebbe verificato: aumento di difficoltà coniugali, separazioni, divorzi, aborti e oggi possiamo dire anche di infertilità.

Tra gli effetti della contraccezione, dei quali l’attuale denatalità è uno degli esiti più evidenti, è la questione antropologica il problema principale posto in discussione.

La pillola contraccettiva, infatti, non separa solo l’amore dalla vita, ma molto di più. Lo ha intuito Paolo VI che, come Chiesa – Madre che accoglie e Maestra che guida – ha sentito il dovere di intervenire. Non per dichiarare un’opinione personale, ma per annunciare la legge divina che tutela l’umano.

L’enciclica affronta temi fondamentali per l’uomo, tra i quali, l’amore, la vita, la procreazione responsabile, l’inscindibilità dei due significati dell’atto coniugale (unitivo e procreativo); indica, inoltre, la contraccezione, la sterilizzazione e l’aborto come vie illecite per la regolazione della natalità per le gravi conseguenze che ne possono derivare, come la facile apertura all’infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità – e dichiara lecito il ricorso ai periodi infecondi.

La contraccezione, separando la dimensione unitiva da quella procreativa, non solo introduce una mentalità che considera la procreazione come una situazione da evitare, ma impoverisce anche la relazione di coppia.

Per assurdo, proprio nel periodo in cui la contraccezione sembra aver contribuito a far cadere i “tabù del sesso” sono aumentate le difficoltà sessuali e relazionali, confermando come le ricadute dell’enciclica di Paolo VI superino l’aspetto morale.

Le motivazioni proposte, anche nella cultura cattolica, a sostegno della separazione tra amore e vita hanno generato una corrente di pensiero che tende a rendere compatibile la contraccezione (considerata “male minore”) con l’identità del matrimonio. Anche a queste motivazioni si indirizza la ferma proposta dell’enciclica.

Nonostante i pregiudizi che presentano la Chiesa come retrograda e sessuofoba (a volte perchè il messaggio non è compreso, a volte perché pur compreso è scomodo seguirlo) si può affermare che il documento è ancora oggi di urgente attualità.

Dalla separazione della dimensione unitiva da quella procreativa, avviata con la contraccezione, alla separazione della dimensione procreativa da quella unitiva, continuata con le tecniche di fecondazione artificiale, si è arrivati alla scissione dell’amore dalla vita, dalla relazione e dalla famiglia.

La mentalità antivita che, pur nella differente gravità etica, accomuna la contraccezione e l’aborto, ha introdotto una mentalità eugenetica che considera un’esistenza con qualche patologia o fuori dai canoni dei desideri, non degna di essere vissuta. Questa neoeugenetica ha portato a manipolare non solo la vita ma anche l’umano.

Per conciliare tutti i valori in gioco, nel rispetto della legge naturale, l’Humanae vitae propone la procreazione responsabile - che non significa “non avere figli”, come in genere si intende, in un un’ottica di “mentalità contraccettiva”- ma rappresenta la risposta ad essere collaboratori e non arbitri della vita.

L’inganno sottile nel presentare la procreazione responsabile come diritto della donna di decidere sulla propria fertilità, nasconde l’idea che la sessualità non abbia in sé alcun significato, se non quello che gli viene attribuito da ciascuno, nella propria visione del tutto soggettiva e, quindi, relativa.

La contraccezione esprime e realizza una volontà antiprocreativa (sempre oggettivamente illecita) diversa, dal punto di vista etico, dalla volontà non procreativa la quale, quando ci sono ragioni sufficienti, può essere realizzata lecitamente mediante i Metodi Naturali.

Tali Metodi, liberati dal rischio di essere applicati nel contesto di una mentalità egoistica, non sono da considerare contraccettivi, ma metodi diagnostici che, in base ad alcuni indicatori direttamente correlati con l’andamento degli ormoni ovarici, consentono di individuare le fasi fertili e non fertili del ciclo mestruale. Le informazioni, adeguatamente apprese da personale qualificato, possono essere applicate, per motivazioni sanitarie, ecologiche o etico - religiose, con la finalità conoscenza di sé, distanziare, evitare o ricercare la gravidanza.

Gli oltre 1000 insegnanti dei tre Metodi Naturali più moderni ed efficaci (Metodo dell’Ovulazione Billings, Sintotermico Camen e Sintotermico Roetzer, riuniti in una Confederazione, membro del Forum delle Associazioni Familiari) sono presenti in tutt’Italia (www.confederazionemetodinaturali.it).

Purtroppo, nel dibattito scientifico, culturale e pastorale, in riferimento sia alla fertilità che all’infertilità, è stata offerta scarsa attenzione alle differenze antropologiche ed etiche tra mezzi contraccettivi, tecniche di fecondazione artificiale e metodi naturali, ignorando i moderni metodi per il rinvio o la ricerca “naturale” della gravidanza, con il rischio di svuotare di significato una pietra miliare del Magistero.

La valenza diagnostica e preventiva dei Metodi Naturali è stata segnalata dalla Dichiarazione finale del Convegno internazionale su “Regolazione naturale della fertilità e cultura della vita” (UCSC, 30-31 gennaio 2004), pubblicata su Medicina e Morale 2004/2 pp. 417-419, firmata da docenti delle cinque facoltà di Medicina e Chirurgia delle quattro Università romane.

La Dichiarazione, riconoscendo la dignità scientifica dei Metodi Naturali, considera “dovere deontologico” da parte dell’operatore sanitario segnalarli alle coppie che ricercano la gravidanza, prima di ogni intervento invasivo, e ne auspica un maggiore inserimento nei percorsi formativi delle università.

Gli interessi economici legati alla contraccezione e alle tecniche di fecondazione artificiale, un’ideologia che rifiuta lo stile di vita che ispira i Metodi Naturali hanno frenato la diffusione di una proposta che, oggi, potrebbe essere particolarmente preziosa anche per ottenere la gravidanza.

La laurea H.C. riconosciuta nel 2005 dall’Università romana di Tor Vergata ai professori John ed Evelyn Billings, ideatori dell’omonimo metodo, pietra miliare della moderna regolazione naturale della fertilità, dovrebbe contribuire a testimoniare la praticabilità di una proposta valida in ogni contesto socioculturale e religioso, espressione di una fede amica dell’intelligenza, che educa, con gradualità, alla verità sulla persona, l’amore e la vita.

I Metodi Naturali, infatti, rappresentano non solo una tecnica, ma anche una moderna opportunità per conoscere la fertilità non come malattia da eliminare o diritto da pretendere, ma come dono e responsabilità: valore umano e sociale da conoscere e tutelare, fin da giovani.

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