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CAPECCHI, GLI EMBRIONI, LA LEGGE 40
Disinformazione da Nobel
EUGENIA ROCCELLA
La disinformazione avanza; o meglio, si diffonde sempre di più la tendenza a piegare qualunque notizia riguardi i temi etici a un uso ideologico. Scorrendo molti quotidiani di ieri, il lettore si sarà convinto facilmente che il premio Nobel attribuito a Mario Capecchi è uno schiaffo ai limiti imposti alla ricerca italiana dalla perversa influenza della Chiesa cattolica.
Se non otteniamo il Nobel non è per lo stato pietoso in cui versano le nostre università, o per i metodi burocratici con cui è organizzata la nostra ricerca, o ancora per la cronica mancanza di fondi, ma per l’ossessione antiscientifica dei cattolici, e per effetto della legge 40, che regola la procreazione assistita. Il divieto di utilizzare embrioni umani preclude ai nostri ricercatori le più promettenti ipotesi di studio, e consegna automaticamente il Paese alla marginalità nel campo della ricerca avanzata.
Ma di quali embrioni si sta parlando, e di quale divieto? Gli studi di Capecchi e dei suoi colleghi, come tutti sanno, sono stati effettuati su staminali embrionali di topo, e nessuno si sogna di vietare la ricerca sugli embrioni animali, né di condannarla sul piano etico. Il gruppo di cui fa parte lo scienziato italoamericano, del resto, non potrebbe lavorare su embrioni umani, proprio per il tipo di esperimenti che conduce: si tratta di ottenere topi geneticamente modificati, che possano costituire un modello per studiare le malattie umane. Dopo essere intervenuti sulle cellule staminali di topo (si mette ‘ko’ un gene, da qui la definizione di topi knock-out)
queste vengono inserite in un embrione, naturalmente di topo; ma perché la modificazione genetica si possa studiare nei suoi sviluppi, bisogna che i topolini-ogm si riproducano in modo selezionato. Se volessimo condurre esperimenti del genere con le staminali embrionali umane, dovremmo creare un gruppo di uomini cavia, geneticamente modificati, per sottoporli a osservazione in un laboratorio dopo averli fatti accoppiare secondo criteri stabiliti dal ricercatore.
Capecchi e i suoi colleghi avrebbero potuto dedicarsi ad altri esperimenti, utilizzando staminali embrionali umane: negli Usa non esiste nessun divieto in materia. Invece hanno preferito puntare su uno studio che rispetta i limiti etici, e che avrebbero potuto svolgere tranquillamente nel nostro Paese; probabilmente l’hanno fatto perché consideravano questo indirizzo di ricerca scientificamente più fruttuoso. Se la ricerca italiana langue, invece di chiamare in causa la legge 40 si potrebbe più opportunamente chiederne conto al ministro dell’Università Fabio Mussi, che, dopo molte promesse iniziali, ha scelto nei fatti di bloccare per più di un anno i concorsi e ritardare i finanziamenti ai progetti nazionali di ricerca. Oppure bisognerebbe indagare su cause più profonde, come la dispersività del nostro sistema di ricerca, i finanziamenti a pioggia, la mancanza di verifiche. Invece sembra che la scarsità di premi Nobel italiani sia dovuta a una legge che impone il rispetto degli embrioni umani, cioè della vita. L’abbiamo già detto, e lo ripetiamo: la ricerca per definizione è tale perché cerca, e quindi deve dimostrare, alla fine, di aver trovato qualcosa. Gli studi che si fanno in tutto il mondo sugli embrioni sono concentrati soprattutto sulla cosiddetta clonazione terapeutica, che finora non ha portato a nulla, se non a falsi annunci e delusioni. È una ricerca che non trova: difficile che sia la strada giusta per far emergere il talento e la professionalità dei ricercatori italiani, e tantomeno per condurli al Nobel.
Avvenire - 10-10-2007
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