ROMA, domenica, 6 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la prima parte dell’intervento di Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Casini è inoltre Presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma.

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La legge 194 nacque davvero in un contesto particolare, che, con parole un po’ forti, può definirsi di menzogna, di ricatto e di paura. Più di un terzo della popolazione italiana è nato dopo il 1978; per gli altri il tempo ha spento la memoria. Perciò sembra giusto ricordare i fatti più rilevanti che accompagnarono l’iter legislativo della legge 194. Essi sono: la scoperta a Firenze, nel gennaio 1975, di una clinica clandestina di aborti promossa dal partito radicale; la sentenza della Corte Costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975; gli eventi di Seveso dell’estate 1976; il referendum proposto dai radicali contro le disposizioni del codice penale che vietavano l’aborto;  il voto del Senato che il 7 giugno 1977 dichiarò l’incostituzionalità del progetto che l’anno successivo è divenuto la legge 194; l’assassinio di Aldo Moro (9 maggio 1978); la lunga campagna mediatica violenta e bugiarda in favore della legge.

La “clinica degli aborti” (9 gennaio 1975)

Che non si trattasse di un qualsiasi aborto clandestino risultò subito evidente dalla targa all’ingresso della bella villa nelle vicinanze del Viale dei Colli, a Firenze: “Partito Radicale”. Inoltre all’interno non vi erano soltanto una o due donne incinte, ma una quarantina di giovani provenienti da tutta Italia, convogliate e accompagnate da esponenti del partito radicale, 16 letti, un medico già più volte condannato per aborto clandestino, un rappresentante di medicinali che eseguiva anche lui gli interventi. Si trattava evidentemente di una vera e propria organizzazione. In effetti dalle indagini risultò che per tre volte la settimana, a giorni alterni, dalle 14 alle 17, vi venivano eseguiti a catena una quarantina di aborti al giorno, con un record di 80, come, confessando, dichiarò il medico.

L’aspetto più delicato fu che gli esponenti radicali coinvolti, poi divenuti parlamentari, sfruttando l’evento con la loro consumata abilità mediatica, riuscirono a far passare quella attività come un coraggioso “aiuto alle donne” offerto ad un prezzo politico (150.000 lire per ogni aborto), nonostante che gli atti giudiziari parlassero poi in qualche caso anche di conseguenze assai gravi per la salute di qualche donna, di corposi versamenti bancari effettuati in breve tempo, di documenti personali di donne trattenuti nello studio del medico a garanzia dei pagamenti che esse non avevano effettuato.

Purtroppo, lo sfruttamento di vicende giudiziarie per assumere la veste di difensori delle vittime e di vittime del potere essi stessi, è una tecnica dei radicali in tutto il mondo. Negli Stati Uniti la liberalizzazione dell’aborto è stata ottenuta attraverso la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio 1973, al termine di un processo intentato contro le leggi vigenti da Jane Roe (pseudonimo di Norma Mc. Corvey) dichiaratasi vittima di violenza carnale. Il vittimismo è molto capace di commuovere il sentire pubblico, anche quando si fonda su falsi: recentemente Norma Mc. Corvey ha rivelato di aver mentito sulla violenza sessuale, spinta a ciò dalle lobby abortiste. «Una delle confessioni che devo fare - sono parole della Mc Corvey riportate dal quotidiano “Il Giornale” del 17 gennaio 2005 - è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda. Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che gli americani sarebbero certo stati a favore dell’interruzione di gravidanza per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia».

In Francia, nel 1972, il processo svoltosi a Bobigny riguardante ancora una volta, l’aborto di una minorenne (Marie-Claire Chevalier di 17 anni) asseritamente vittima di violenza, ha costituito una forte spinta verso la legge Veil del 1975.

In Italia un processo originato dagli aborti clandestini organizzati sistematicamente probabilmente non era stato previsto dai radicali come mezzo di pressione sul Parlamento, ma è stato egualmente sfruttato, approfittando della situazione politica e culturale particolarmente intricata. In particolare la minaccia di un referendum per rimuovere i limiti di legge riguardo all’aborto, nel contesto della c.d. solidarietà nazionale e in presenza di un terrorismo crescente spingeva ad evitare lacerazioni popolari immediatamente dopo la prova referendaria sul divorzio dell’anno precedente (12 maggio 1974).

La sentenza n. 27/75 della Corte Costituzionale (18 febbraio 1975)

Forse parve saggezza dare un colpo al cerchio e uno alla botte. In effetti, soltanto dopo un mese dalla scoperta della “clinica degli aborti” con l’inevitabile arresto degli esponenti radicali organizzatori di quella sistematica violazione della legalità, la Corte Costituzionale intervenne con una decisione che, probabilmente, intendeva chiudere il dibattito. Essa annullò parzialmente il generale divieto penale di aborto, allargando lo spazio dello “stato di necessità”, già previsto in via generale come causa di giustificazione per ogni reato. Nonostante l’apertura la conclusione era piuttosto rigorosa: “la liceità dell’aborto deve essere ancorata ad un previo accertamento medico circa la realtà e la gravità di un pericolo non altrimenti evitabile per la salute della donna”.

La necessità dell’accertamento medico (il rifiuto, quindi della libera scelta della donna), l’inevitabilità del danno (l’aborto, quindi, come rimedio estremo e non come scelta), l’omesso riferimento alla salute psichica (che nell’interpretazione della legge 194 coincide con la mancanza di resistenze psicologiche alla gravidanza) avrebbero dovuto costituire barriere invalicabili e relegare l’aborto legale a casi rari e davvero seri. Ma per allargare lo stato di necessità bisognava stabilire che sulla bilancia dei beni in comparazione la salute della madre pesasse di più della vita del figlio. Per questo la Corte, pur collegando il diritto del concepito ai diritti dell’uomo, introduceva la indimostrata distinzione tra “persona” (la madre) e “chi persona deve ancora diventare” (il figlio). Ognuno può constatare come la legge 194, facendo leva su questa distinzione, ha travolto tutti i limiti fissati a livello costituzionale.

Seveso (10 luglio 1976)

Il 10 luglio 1976 a Seveso, cittadina della Brianza, un grave danno alla azienda Icmesa diffuse nell’atmosfera e sui terreni della zona una sostanza ritenuta velenosa: la diossina.

Immediatamente i radicali sostennero che l’inquinamento avrebbe provocato danni ai feti della donne incinte e, con le loro metodiche rumorose, pretesero che la precedente decisione della Corte Costituzionale venisse attuata per la prima volta sottoponendo ad interruzione di gravidanza le donne che l’avessero richiesta. Il caso suscitò polemiche pubbliche durissime, anche per la resistenza delle donne brianzole, pur sottoposte a pressioni di ogni genere con il conseguente immaginabile stress. Sta di fatto che il Governo italiano, in particolare attraverso i Ministri della Sanità e della Giustizia dell’epoca, “autorizzò (cosa singolarissima perché non si vede quale potere di interpretazione autentica possa essere attribuita al Governo) gli aborti. Le trentatré interruzioni di gravidanza furono eseguite presso la clinica Mangiagalli di Milano.

Il fatto merita di essere ricordato perché dimostra il clima rovente di quegli anni e le menzogne che hanno accompagnato l’iter legislativo della legge 194. Infatti i trentatré corpicini dei feti abortiti furono inviati in Germania, a Lubecca, per gli opportuni controlli. La risposta ufficiale giunse nel marzo 1977: nessuno recava segni di possibili malformazioni. Questo dato è riportato anche negli atti di una inchiesta parlamentare sui fatti di Seveso. Va aggiunto che nessuna delle numerose donne che non cedettero al terrorismo abortista ha avuto figli malformati: una ventina di queste ragazze e ragazzi, ormai divenuti ventenni, sono stati presentati dal Movimento per la Vita a Giovanni Paolo II in una speciale udienza del maggio 1998, in occasione del ventennale della legge 194.

Vale la pena riportare quanto detto dal Prof. Giambattista Candiani in un partecipatissimo convegno del 1988 (”La vita domani”). Il Prof. Candiani primario ostetrico della Clinica Mangiagalli all’epoca dei fatti, aveva eseguito ed organizzato gli aborti delle donne di Seveso. Con visibile notevole commozione, dopo aver ricordato quell’episodio come il più triste della sua vita, il più in contraddizione con la sua professione, egli disse: “Di fronte a Seveso, dopo una penosa e lunga meditazione, mi sono assunto la responsabilità di aderire alle richieste di interruzione della gravidanza per 33 donne condizionate all’epoca da pittoreschi personaggi che incitavano all’aborto con sinistri avvertimenti. E come è noto, alla verifica, nessun prodotto del concepimento volontariamente abortito risultò colpito dai presunti effetti teratogeni della diossina”.

Per chiunque volesse approfondire il tema si consiglia la lettura del libro di Carlo Casini: “A trent’anni dalla Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza” (edizione Cantagalli, 158 pagine, 7,50 Euro).

[Continua domenica 13 luglio]

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