Una puntura di spillo trent’anni dopo la prima bambina concepita in provetta.
Compie trent’anni il prossimo 25 luglio Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta. La sua nascita segnò l’inizio di una rivoluzione antropologica, prima ancora che tecnico-scientifica, che nel tempo non ha perso, soprattutto nelle interpretazioni dei mass-media, la sua impronta magico-sacrale. Lo faceva notare – nel corso del un seminario promosso a Roma dal ministero del Welfare, proprio per i trent’anni della provetta – la psicoanalista Marisa Fiumanò, a proposito dell’intervista fatta da Repubblica alla Brown. La quale porta una croce al collo, ma, scrive Repubblica, “ancor più che per chiunque altro, per lei è solo un gioiello, non un simbolo religioso. Perché se Louise dovesse ringraziare qualcuno per essere qui, non avrebbe bisogno di guardare su in alto. A crearla sono stati due scienziati britannici, Robert Edwards e Patrick Steptoe”. A “crearla”, proprio così. Peccato che certe divinità mostrino parecchi limiti. Una di loro, il francese Réné Frydman, tra i pionieri della Fiv in Europa, sul “Monde” ha di recente messo in guardia dall’eccesso di aspettative. Le donne di 40-45 anni che si rivolgono alla provetta, ha ammesso, continuano ad avere un tasso insignificante di successi. Tutta la tecnoscienza della riproduzione, insomma, non è riuscita ad allungare di un solo anno l’età fertile della donna. Eppure continua a crescere, anche in Italia, l’età delle donne che cercano un figlio (o un miracolo) con la fecondazione in vitro.

Nicoletta Tiliacos

PiuVoce.net

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