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Etica & giustizia • Pier Paolo Donadio, primario della rianimazione centrale delle Molinette di Torino: ogni forma di demenza, di disabilità, di malattia potrebbe legittimare la morte • «Il valore dell’esistenza non è determinato dalla salute e dalle prestazioni delle persone Credo che Eluana debba restare lì, a difesa di tante altre vite deboli»
di Francesca Lozito
Tratto da Avvenire del 19 luglio 2008
« Vede, il problema è che qui s’insinua un principio pericoloso »
Quale?
« Che una vita vale in base alla sua capacità di performance ».
Ovvero?
« Che il suo valore è determinato dalla prestazione: poiché quella di un vegetativo permanente è apparentemente nulla, non ha senso che vivano; certo, può essere difficile trovare un senso alla sopravvivenza meramente biologica di un corpo senza più mente. Ma se accetto che il senso della vita stia nella performance, ogni forma di demenza, di disabilità, di malattia alla fine diventa ragione della perdita di senso; preferisco considerare la vita un mistero troppo alto perché un uomo possa decidere se ha o non ha un senso, anche quando parla della propria. Diversamente, chi potrebbe stabilire l’unità di misura? ».
L’interrogativo sulla vicenda Englaro lo pone Pier Paolo Donadio, primario della rianimazione centrale dell’Ospedale Molinette di Torino.
È arrivata una sentenza a dire come deve morire una persona.
« Rispetto questa sentenza come quelle di segno contrario che l’hanno preceduta. Non credo però che questi siano argomenti da tribunale: essere giunti fino a lì è il sintomo di molti problemi non risolti che stanno a monte ».
E intanto condiziona voi medici: perché vi dice quel che dovete fare e quel che non dovete fare con un malato.
« Le raccomandazioni finali sono dettate da una intenzione compassionevole, ma non possono eludere la contraddizione che, se si sceglie di sospendere il sostegno artificiale, il corso naturale è la morte per inedia ».
Tutta questa drammatica vicenda parte proprio da un reparto come quello da lei diretto: c’è un incidente, c’è un trauma, la possibilità di una ripresa e la scoperta, invece, che la prospettiva è quella di una vita vegetativa. Il medico che ha curato Eluana in quei momenti dice che se tornasse indietro rifarebbe quello che ha fatto con lei, perché sostiene di avere agito in scienza e coscienza.
« Ed io direi esattamente la stessa cosa. L’ 80% dei pazienti ricoverati in rianimazione ne esce con le proprie gambe; dunque rifiutarla a priori è assurdo per il paziente e negarla a priori è inaccettabile per il medico. Tutti vorremmo saper individuare per tempo quel caso, rarissimo per fortuna, che diventerà un vegetativo, e se lo potessimo fare sarebbe giusto astenersi; ma non siamo in grado di farlo, e quindi, poiché la stragrande maggioranza dei pazienti evolve favorevolmente, è lecito, è ragionevole ed è doveroso trattarli. Non è nemmeno immaginabile di non sottoporre a rianimazione un traumatizzato per evitare la remotissima possibilità che ne esca uno stato vegetativo ».
Poi? Quando la vita prende una piega diversa dal recupero?
« Obiettivamente diventa una tragedia, più per la famiglia che per il paziente. E c’è una grande variabilità di reazioni, di elaborazioni di questa sofferenza e conseguentemente di atteggiamenti, tutti comprensibili, tutti da rispettare. Alcuni di questi, tuttavia, pongono questioni che travalicano il caso singolo e diventano questioni che coinvolgono la società, la politica, l’organizzazione sanitaria, le coscienze ».
Il discorso però non si può esaurire con queste constatazioni.
« Certo che no. Il pericolo s’insinua nel momento in cui a queste osservazioni senza risposta qualcuno aggiunge la possibilità che salti il paletto dell’inviolabilità della vita. A quel punto personalmente ritengo che la difesa dell’interesse dei molti che inevitabilmente rischierebbero di essere abbandonati quando tale paletto fosse saltato debba prevalere, sia pure dolorosamente, sull’interesse del singolo che, non senza le proprie ragioni, richiede allo Stato di farlo saltare ».
Insomma Eluana Englaro dovrebbe restare lì dov’è in buona sostanza.
« A questo punto, cioè quando la questione diventa una questione di principio, di tribunali, di dibattito pubblico, pur con autentica compassione per questo caso e col massimo rispetto delle posizioni e del dolore del papà di Eluana, ritengo che sì, Eluana debba restare lì, a difesa di tante altre vite deboli. E dico questo in modo laico, indipendentemente dalla mia fede cristiana. Vedo all’orizzonte troppe vittime se saltasse questo paletto ».
I sostenitori del testamento biologico tornano a proporlo con forza in forma di legge proprio in questi giorni alla luce della sentenza Englaro.
« In effetti la questione giuridica si è dipanata sull’attendibilità delle dichiarazioni del papà, che un living will avrebbe in parte chiarito. Tuttavia non credo proprio che, se Eluana avesse potuto mettere per scritto la propria volontà prima dell’incidente, questo caso non avrebbe scosso allo stesso modo, per la sua gravità e complessità, le coscienze di tante persone ».
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